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Prostata: la grande sconosciuta (e il conto lo pagano gli uomini)

Gli uomini rimandano. Minimizzano. Evitano.
Quando si parla di salute, soprattutto quella intima, molti preferiscono non sapere. Il risultato? Diagnosi tardive, terapie più invasive e una qualità di vita che peggiora nel tempo.

I numeri parlano chiaro: solo un uomo italiano su tre fa prevenzione e il 65% non ha mai visto un urologo. Un dato che resta allarmante anche dopo i 50 anni.

Eppure basterebbe poco.

Perché gli uomini evitano i controlli?

Secondo uno studio pubblicato su Nature Medicine, i motivi principali sono tre:

  • una cultura che associa la mascolinità all’invulnerabilità

  • la paura di ricevere una diagnosi

  • scarsa consapevolezza del proprio corpo

Il paradosso è evidente: mentre per le donne la visita annuale dal ginecologo è una routine, per gli uomini l’urologo resta un perfetto sconosciuto.

Un segnale da non ignorare: quante volte ti alzi di notte?

Alzarsi più di una volta per urinare, soprattutto dopo i 45-50 anni, non è “normale”. Può essere il primo campanello d’allarme di un’ipertrofia prostatica benigna, una condizione molto diffusa ma spesso ignorata.

La prostata, grande più o meno come una noce, con l’età tende ad aumentare di volume, comprimendo l’uretra e disturbando la minzione. Non è grave, ma va controllata.

Eppure solo una minoranza degli uomini sa davvero:

  • a cosa serve la prostata

  • cos’è l’ipertrofia prostatica

  • quali sono i sintomi da tenere d’occhio

Quando arrivare tardi fa la differenza

Il problema non è solo il fastidio quotidiano. Arrivare tardi significa:

  • cure più aggressive

  • minori possibilità di guarigione (soprattutto nei tumori)

  • vivere a lungo con sintomi che peggiorano

Non a caso, solo la metà degli uomini valuta positivamente il proprio stato di salute fisica e mentale.

Le patologie maschili più diffuse (e ignorate)

  • Varicocele: colpisce 1 ragazzo su 4 tra i 15 e i 25 anni

  • Tumore del testicolo: tipico tra i 20 e i 40 anni, con alte possibilità di guarigione se diagnosticato presto

  • Ipertrofia prostatica e prostatite: comuni dopo i 50-65 anni

  • Tumore alla prostata: il più frequente negli uomini, con circa 40.000 nuovi casi l’anno in Italia

L’autopalpazione testicolare, i controlli periodici e una visita urologica possono letteralmente salvare la vita.

La prevenzione comincia prima dei sintomi

Bruciore, dolore, urgenza di urinare, sangue nelle urine o nello sperma non vanno mai ignorati.
Ma la vera svolta è anticipare i problemi:

  • prima visita urologica: 20-25 anni

  • controlli di follow-up: 30-35 anni

  • visita annuale: dai 40 anni in su

A questo si aggiungono le basi della salute:
alimentazione equilibrata, attività fisica, niente fumo. Anche la vita sessuale e le prestazioni sportive ne risentono più di quanto si pensi.

👉 Prendersi cura della prostata non è una debolezza. È responsabilità.

Influenza, già a letto 11 mila veronesi: stagione partita in anticipo, il peggio dopo Natale

L’influenza quest’anno non ha aspettato l’inverno pieno per farsi sentire. È arrivata prima, con numeri più alti rispetto alle stagioni precedenti, e sta già mettendo sotto pressione famiglie, scuole e servizi sanitari. A Verona i contagi stimati sono circa 11 mila, ma gli esperti avvertono: il picco deve ancora arrivare.

A livello nazionale, nell’ultima settimana il virus ha colpito altri 700 mila italiani, portando il totale a 4 milioni di casi, con un’incidenza di 12,4 persone ogni mille abitanti. Una crescita rapida, che secondo gli infettivologi è ancora in fase ascendente: la curva, spiegano, salirà ulteriormente tra Capodanno e la fine di gennaio, per poi iniziare lentamente a scendere.

Sintomi intensi e decorso classico

Il quadro clinico è quello tipico dell’influenza stagionale, ma spesso con un esordio brusco:
febbre alta e improvvisa, tosse secca, mal di gola, forte mal di testa, dolori muscolari e articolari, spossatezza marcata. I primi giorni sono generalmente i più difficili, seguiti da una ripresa graduale che può comunque richiedere una o due settimane, soprattutto nei soggetti più fragili.

Il virus responsabile e la nuova mutazione

Secondo il sistema di sorveglianza RespiVirNet dell’Istituto Superiore di Sanità, il principale responsabile dei contagi di quest’anno è il virus influenzale A/H3N2. Si tratta di un ceppo già noto, ma che negli ultimi anni aveva circolato poco e che ora è tornato con una nuova mutazione, denominata “K”, emersa inizialmente nell’emisfero Sud.

Proprio questa mutazione ha contribuito, nei mesi scorsi, a prolungare la stagione influenzale in Australia e Nuova Zelanda, dove i contagi sono rimasti elevati per almeno un mese in più rispetto alla media. Il problema principale è che una larga parte della popolazione, in particolare i bambini, non ha difese immunitarie specifiche, rendendo il virus più contagioso.

Bambini piccoli i più colpiti

Ancora una volta, la fascia di età più interessata è quella dei bambini tra 0 e 4 anni, con un’incidenza di 38 casi ogni 1.000, circa tre volte superiore rispetto alla popolazione generale. Sono loro, spiegano gli esperti, i principali motori della diffusione del virus: frequentano ambienti chiusi, hanno contatti ravvicinati e, spesso, sintomi iniziali poco evidenti.

Le regioni che al momento registrano il maggior numero di infezioni sono Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna e Sardegna, ma l’aumento è diffuso in tutto il Paese.

L’appello dell’Istituto Superiore di Sanità

«Stiamo registrando un aumento sostenuto delle infezioni respiratorie», conferma Anna Teresa Palamara, direttrice del Dipartimento di Malattie Infettive dell’ISS. «È probabile che nelle prossime settimane l’incidenza resti alta. Per questo ricordiamo che è ancora possibile vaccinarsi, perché il virus circolerà ancora a lungo».

Accanto alla vaccinazione, l’ISS raccomanda anche misure di prevenzione semplici ma fondamentali: igiene accurata delle mani, attenzione all’“etichetta respiratoria” (tossire in un fazzoletto o nell’incavo del braccio), evitare luoghi affollati in presenza di sintomi e limitare i contatti con persone fragili.

Dopo le feste atteso il vero picco

Gli esperti guardano con particolare attenzione alle prossime settimane. Le festività natalizie, con pranzi, viaggi, incontri familiari e la successiva riapertura delle scuole, potrebbero accelerare ulteriormente la diffusione del virus. Proprio i bambini, dopo i contatti ravvicinati delle feste, rischiano di essere il principale fattore di spinta del picco influenzale.

La preoccupazione maggiore riguarda le conseguenze sul sistema sanitario: ogni anno in Italia l’influenza e le sue complicanze causano circa 8 mila decessi, colpendo soprattutto anziani, malati cronici, oncologici e persone immunodepresse. Per questo i medici insistono: vaccinarsi significa proteggere se stessi e ridurre la pressione su pronto soccorso e ospedali.

Il messaggio finale è chiaro: la stagione influenzale è appena entrata nel vivo. C’è ancora tempo per prevenire, ma non per abbassare la guardia.

Cosa fa il feto nel pancione?

Lo sviluppo dei sensi: un mondo “filtrato”, ma ricchissimo

L’utero materno, la prima casa di ogni bambino, è un ambiente buio… ma tutt’altro che silenzioso. È pieno di rumori interni: battito cardiaco, flusso sanguigno, voce materna. Craighero racconta come i sensi del feto si sviluppino gradualmente, influenzando anche i suoi comportamenti.

Tatto: il primo senso a “svegliarsi”

  • 11 settimane: compaiono recettori tattili su viso, palmi e piante dei piedi.

  • 15 settimane: si estendono a tronco, braccia e gambe.

  • 20 settimane: presenti su tutto il corpo.

Il tatto è il canale che permette al feto di esplorare se stesso e l’ambiente uterino.

Gusto e olfatto: primi ricordi “di pancia”

Le papille gustative emergono già all’ottava settimana, insieme alle cellule olfattive.
Dalla 10ª settimana iniziano i primi movimenti respiratori; dall’11ª il feto deglutisce il liquido amniotico, portando ai recettori aromi e sostanze presenti nella dieta materna.

Le ricerche mostrano che:

  • i feti riconoscono aromi come anice, aglio o carota;

  • dopo la nascita li preferiscono se la mamma li ha consumati nell’ultimo mese di gestazione.

Udito: una porta sul mondo esterno

Le risposte ai suoni cambiano con la maturazione:

  • 27 settimane: reazione a 250–500 Hz

  • 33 settimane: anche a 1000 Hz

  • 35 settimane: fino a 3000 Hz

Man mano che l’udito si affina, diminuisce l’intensità necessaria per provocare una risposta.


La preferita? Sempre la mamma

La vista è l’ultimo senso a svilupparsi e alla nascita è ancora molto immatura. Eppure uno storico esperimento degli anni Sessanta ha dimostrato che i neonati, già tra le 12 e le 36 ore di vita, imparano rapidamente a modificare il ritmo della suzione per far comparire… il volto della mamma.
Con quello di un’estranea, invece, non succede.

La preferenza materna esiste anche per l’udito.
La voce della mamma raggiunge il feto non solo dall’esterno, ma anche per conduzione interna attraverso gli organi: un doppiaggio naturale, impossibile da replicare.


Muoversi per conoscersi: il corpo come primo giocattolo

Il feto non “galleggia” soltanto: si allena, si coordina, esplora.

  • 14 settimane: dirige due terzi dei movimenti verso il proprio corpo, l’utero e il cordone ombelicale.

  • 16 settimane: i movimenti diminuiscono in quantità ma crescono in precisione.

    • La mano raggiunge la bocca, spesso per succhiarla.

    • Afferra e tira il cordone, modulando la forza.

    • Quando tocca la parete uterina, la mano scivola come in una carezza.

Questi gesti sono fondamentali per lo sviluppo del controllo motorio e delle competenze cognitive future.


Un “apprendista” prima di nascere

Il mondo prenatale resta uno degli ambienti meno conosciuti della scienza, pur essendo cruciale per comprendere lo sviluppo umano. Ciò che sappiamo, però, ci racconta una verità sorprendente:
il feto non è un semplice passeggero, ma un vero esploratore che percepisce, sente, ricorda e si muove, preparando il terreno per le capacità che userà una volta nato.

Che cos’è la “medicina culinaria”: il metodo scientifico che trasforma la cucina in alleata della salute

Mangiare bene è la base della nostra salute: è un fatto ormai indiscusso. Ma scegliere l’olio extravergine, consumare cinque porzioni di frutta e verdura al giorno o ridurre la carne rossa non basta più. Per davvero prendersi cura del proprio corpo, bisogna imparare a trattare il cibo: da come è prodotto a come lo conserviamo, fino a come lo cuciniamo.

È qui che nasce la medicina culinaria, un nuovo campo che unisce ricerca clinica e tecniche da chef. Una disciplina già presente in diverse università nel mondo e oggi introdotta anche in Italia grazie a pionieri come Michele Rubbini (Università di Ferrara) e la nutrizionista Chiara Manzi. Il primo manuale universitario sul tema – Medicina culinaria (Zanichelli) – ha un obiettivo preciso: fare chiarezza in un mondo pieno di informazioni discordanti.

Una carbonara più leggera di un riso in bianco? Sì, con il metodo scientifico

La medicina culinaria nasce da una constatazione: le diete punitive non funzionano. Per mangiare bene bisogna amare ciò che si mangia. E con i giusti accorgimenti anche i piatti più golosi possono diventare equilibrati.

Il principio base: non esistono cibi “buoni” o “cattivi”

Conta molto di più il destino metabolico dei nutrienti e il contesto complessivo in cui vengono consumati.

  • Le uova, per esempio, non vanno demonizzate: il colesterolo circolante viene prodotto soprattutto dal fegato in risposta alla dieta globale, non da un singolo alimento.

  • Molti equivoci derivano da studi troppo semplicistici, che valutavano nutrienti isolati invece del cibo all’interno della vita reale.

Provenienza, conservazione, preparazione: tutto incide sulla salute

Un alimento non è solo la sua etichetta nutrizionale.
La medicina culinaria valuta:

  • dove e come è stato prodotto (es. carne da allevamenti al pascolo = meno grassi saturi)

  • come è stato conservato

  • con quali cotture e abbinamenti viene servito

  • come può integrarsi in uno stile di vita sano e sostenibile


I pilastri della medicina culinaria

1) Controllo dell’indice e del carico glicemico

Non si tratta di eliminare carboidrati, ma di abbinarli alle fibre e usare tecniche che ne riducano l’assorbimento:

  • risotto con verdure in quantità doppia rispetto ai cereali

  • pasta al dente

  • raffreddamento di pasta e patate in frigo per 12 ore (ricristallizzazione dell’amido)

Risultato: fino al 20% in meno di calorie assorbite.

2) Tecniche di cottura che conservano nutrienti e gusto

  • Sottovuoto: cuoce a bassa temperatura mantenendo aromi e micronutrienti

  • Pentola a pressione: ideale per i legumi, preserva le vitamine del gruppo B

  • Microonde: perfetto per verdure delicate come spinaci e peperoni

  • Cartoccio: trattiene aromi e riduce condimenti

  • Griglia: solo con accorgimenti per evitare sostanze nocive (marinature ricche di polifenoli, niente burro, distanza corretta dalle braci)

3) Riduzione di sale, zuccheri e grassi senza rinunciare al sapore

  • padelle antiaderenti spesse, riscaldate prima dell’olio

  • sgrassare salumi in microonde o forno

  • mantecare con burro congelato (−30% di burro)

  • sostituire parte del sale con aromi naturali ricchi di umami

  • usare miele o sciroppo d’acero per dolcificare con meno zucchero

4) Aumentare la sazietà e ridurre la densità calorica

Due ingredienti sono a calorie zero: acqua e aria.
Usarli con metodo può trasformare un piatto:

  • montare gli albumi o usare lieviti con lunga fermentazione

  • besciamella con acqua invece che latte

  • mantecare la pasta con acqua di cottura

  • come antipasto: verdure + due bicchieri d’acqua

5) Frittura: sì, ma fatta bene

Una buona frittura non è nemica della salute se eseguita correttamente:

  • olio ricco di monoinsaturi (oliva, arachidi, girasole alto oleico)

  • ricambio e filtrazione dell’olio

  • temperatura 160°C costante

  • evitare la padella: meglio friggitrice con termostato

  • panature sottili con farina di riso per assorbire meno olio


In sintesi: perché la medicina culinaria è rivoluzionaria

  • Rende sostenibile una dieta salutare

  • Permette di mangiare piatti gustosi senza sensi di colpa

  • Aumenta la biodisponibilità dei nutrienti

  • Aiuta a prevenire malattie croniche

  • Favorisce una cucina più consapevole, sostenibile e piacevole

Influenza, arriva l’“australiana”: allerta per il virus H3N2

Influenza, arriva l’“australiana”: allerta per il virus H3N2

Quest’anno la stagione influenzale italiana è segnata da una variante che desta preoccupazione: l’influenza “australiana”, provocata dal sottotipo A/H3N2, già responsabile di ondate pesanti nell’emisfero sud.

Cosa significa l’arrivo dell’influenza australiana

  • Il virus H3N2 è considerato “più aggressivo” rispetto ad altre varianti comuni.

  • Ci sono stati già casi in Italia: ad esempio, un paziente di 76 anni è stato ricoverato con sintomi importanti, e i medici segnalano anche manifestazioni neurologiche.

  • Secondo il virologo Fabrizio Pregliasco, la nuova variante è “immunoevasiva”: può aggirare più facilmente alcune difese immunitarie della popolazione.

I rischi e le complicanze

  • Oltre ai classici sintomi influenzali (febbre alta, dolori muscolari, tosse), l’H3N2 può causare complicanze neurologiche, come encefaliti, perché sembra avere un tropismo anche per il cervello.

  • Il numero di ospedalizzazioni potrebbe aumentare, in particolare tra le persone più fragili.

  • Secondo le stime, il picco dell’infezione potrebbe arrivare entro fine gennaio.

Cosa dicono gli esperti

  • L’Osservatorio Virusrespiratori segnala che – oltre all’influenza – circola anche un mix di altri virus respiratori (adenovirus, RSV, Covid).

  • I virologi raccomandano fortemente la vaccinazione antinfluenzale, soprattutto per anziani, persone con malattie croniche o altre condizioni di rischio.

  • I farmaci sintomatici (per febbre, dolori, tosse) restano il primo presidio, ma la prevenzione rimane la linea principale di difesa.

Conclusione

L’arrivo dell’influenza “australiana” in Italia non è uno scenario catastrofico, ma è un segnale che la stagione influenzale potrebbe essere più impegnativa del solito. Negli anni in cui circolano varianti più “infettive” o aggressive, la vaccinazione e il monitoraggio sanitario diventano ancora più importanti. È un invito a non sottovalutare la malattia influenzale, soprattutto per chi è più vulnerabile.

Il vaccino contro l’HPV ha salvato oltre un milione di ragazze: lo annuncia Gavi

L’Alleanza per i vaccini Gavi ha comunicato che, grazie al potenziamento delle campagne di vaccinazione contro il Papillomavirus umano (HPV) nei Paesi a basso reddito, negli ultimi tre anni sono stati prevenuti più di un milione di decessi per cancro della cervice uterina.

Questo risultato è frutto di un impegno triennale congiunto tra Gavi e i governi coinvolti, che ha permesso di proteggere 86 milioni di ragazze dal virus responsabile della principale forma di tumore ginecologico.

Un passo avanti decisivo verso l’eliminazione del cancro cervicale

La presidente di Gavi, Sania Nishtar, ha definito il traguardo «un importante progresso globale verso l’eliminazione di una delle malattie più letali per le donne».
Ogni due minuti, infatti, una donna nel mondo muore di cancro cervicale.
Il problema colpisce soprattutto i Paesi a basso reddito, che nel 2022 hanno registrato il 90% dei 350.000 decessi globali, spesso per mancanza di screening e accesso tempestivo alle cure.

Prezzi ridotti e nuove raccomandazioni dell’OMS

L’impegno di Gavi nel rendere il vaccino più accessibile ha portato a un drastico calo dei costi: oggi una dose costa tra 2,90 e 5,18 dollari, contro i oltre 100 dollari dei Paesi ad alto reddito.
Un altro impulso è arrivato dall’OMS, che nel 2022 ha raccomandato un regime a dose singola, permettendo ai programmi vaccinali di raggiungere il doppio delle ragazze con le stesse scorte.

Obiettivi per il 2025

Entro fine 2025, più di 50 Paesi introdurranno il vaccino anti-HPV con il sostegno di Gavi, coprendo complessivamente l’89% dei casi mondiali di cancro cervicale.
Un passo fondamentale verso l’obiettivo globale di eliminare questa malattia come problema di salute pubblica.