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Per anni è stata una diagnosi senza risposte. Una malattia rara, spesso infantile, che progredisce rapidamente e per la quale la medicina poteva offrire solo cure di supporto. Oggi, però, si apre uno spiraglio concreto: una ricerca tutta italiana, pubblicata sulla rivista Brain, individua biomarcatori chiave e indica per la prima volta una possibile terapia farmacologica in grado di rallentare la progressione delle forme più gravi di alfa-sarcoglicanopatia.

Lo studio rappresenta la più ampia analisi mai condotta su questa patologia ed è il risultato di una collaborazione multidisciplinare che ha coinvolto nove centri italiani, uno francese e uno tedesco, con dati raccolti su 16 pazienti.


Cos’è l’alfa-sarcoglicanopatia

L’alfa-sarcoglicanopatia è una distrofia muscolare genetica recessiva appartenente al gruppo delle distrofie dei cingoli. L’esordio è spesso precoce, in età infantile, e la progressione può essere rapida, con perdita dell’autonomia motoria e, nei casi più severi, coinvolgimento della muscolatura respiratoria.

La malattia è causata dall’assenza o dal malfunzionamento della proteina alfa-sarcoglicano, componente essenziale della membrana delle cellule muscolari. Senza questa protezione, la fibra muscolare diventa fragile, si danneggia facilmente e innesca una risposta infiammatoria cronica.

Fino ad oggi non esistevano terapie mirate, ma solo interventi riabilitativi e di supporto.


Lo studio: infiammazione come chiave della malattia

La ricerca è stata coordinata da Lizzia Raffaghello (IRCCS Policlinico San Martino di Genova) e Claudio Bruno (IRCCS Istituto Giannina Gaslini), con il contributo di Adriana Amaro per le analisi genomiche e bioinformatiche.

Attraverso il sequenziamento dell’espressione genica delle biopsie muscolari, i ricercatori hanno individuato una netta differenza tra forme lievi e forme gravi della patologia:

  • nelle forme più severe emerge una forte attivazione dei geni legati all’infiammazione e una massiccia presenza di cellule immunitarie pro-infiammatorie;

  • nelle forme lievi, il profilo molecolare è sorprendentemente simile a quello di soggetti sani.

Si tratta della prima caratterizzazione molecolare così approfondita dell’infiammazione nell’alfa-sarcoglicanopatia.


Il parallelismo con la distrofia di Duchenne

Il dato più rilevante è il confronto con altre malattie neuromuscolari. Le forme gravi di alfa-sarcoglicanopatia mostrano un profilo genetico molto simile a quello della distrofia muscolare di Duchenne, per la quale da anni si utilizzano corticosteroidi come terapia standard.

Questa analogia apre a una prospettiva concreta:
👉 l’uso mirato di terapie antinfiammatorie, come i corticosteroidi, potrebbe rallentare la progressione della malattia nei pazienti con forme severe.


Biomarcatori e medicina personalizzata

Un altro risultato cruciale dello studio è l’identificazione di biomarcatori in grado di distinguere con precisione le forme gravi da quelle lievi. Questo consente un approccio di medicina personalizzata:

  • trattamento farmacologico riservato ai pazienti che possono realmente beneficiarne;

  • esclusione dei pazienti con forme moderate, evitando terapie inutili o potenzialmente dannose.


Un primo passo verso una terapia farmacologica

Ad oggi, i tentativi terapeutici si sono concentrati soprattutto sulla terapia genica, con trial basati sull’introduzione del gene dell’alfa-sarcoglicano tramite vettori virali. Studi importanti, ma ancora privi di dati definitivi su efficacia e sicurezza.

Questo lavoro rappresenta quindi il primo passo concreto verso una strategia farmacologica, potenzialmente applicabile nel breve-medio termine, soprattutto nei bambini colpiti dalle forme più aggressive.

Un risultato reso possibile dalla collaborazione tra clinici, biologi molecolari e bioinformatici, e dalla disponibilità dei centri a condividere materiale bioptico e dati clinici.